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traduzione
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/06/discorso-barack-obama-italiano.shtml
Video
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/08/youtube-obama-convention.shtml?uuidƒ374eba-75ab-11dd-b828-319ce5cb1d90&DocRulesView=Libero&fromSearch
Questa sera, dopo cinquantaquattro combattutissime sfide, la nostra
stagione delle primarie si è finalmente conclusa. Sono passati sedici
mesi da quando ci siamo riuniti per la prima volta, sui gradini del
vecchio palazzo del Parlamento statale dell'Illinois, a Springfield.
Abbiamo percorso migliaia di miglia. Abbiamo ascoltato milioni di
voci. E grazie a quello che voi avete detto, grazie al fatto che voi avete
deciso che a Washington deve arrivare il cambiamento, grazie al fatto
che voi avete creduto che quest'anno dovrà essere diverso da tutti gli
altri anni, grazie al fatto che voi avete scelto di dare ascolto non ai
vostri dubbi o alle vostre paure ma alle vostre speranze e aspirazioni
più grandi, questa notte noi scriviamo la parola fine di uno storico
viaggio con l'inizio di un altro viaggio, un viaggio che porterà un'alba
nuova e migliore per l'America. Questa notte, io posso venire da voi
e dire che sarò il candidato del Partito democratico alla presidenza
degli Stati Uniti.
Voglio ringraziare tutti gli americani che sono stati al nostro fianco nel
corso di questa campagna, nei giorni belli e nei giorni brutti; dalle nevi
dello Iowa, al sole del South Dakota. E questa sera voglio ringraziare
anche gli uomini e le donne che hanno intrapreso questo viaggio con me,
candidandosi anche loro per la presidenza.
In questo momento decisivo per la nostra nazione, noi dobbiamo essere
orgogliosi che il nostro partito sia stato capace di schierare un gruppo
di persone fra le più brillanti e competenti che abbiano mai concorso a
questo incarico. Non mi sono limitato a competere con loro come avversari,
ho imparato da loro, come amici, come servitori dello Stato e come patrioti
che amano l'America e sono disposti a lavorare senza risparmio per rendere
migliore questo Paese. Loro sono dei leader di questo partito e sono
leader su cui l'America farà conto negli anni a venire.
Tutto questo vale in particolare per la candidata che questo viaggio lo ha
prolungato più di chiunque altro. La senatrice Hillary Clinton ha scritto
la storia, in questa campagna elettorale, non soltanto perché è una donna
che ha saputo fare quello che nessuna donna aveva fatto prima, ma perché
è una leader capace di dare l'esempio a milioni di americani con la sua
forza, il suo coraggio e il suo impegno in favore di quelle cause che ci
hanno condotto qui questa sera.
Certamente ci sono state delle divergenze tra di noi negli ultimi sedici
mesi.Ma avendo condiviso il palcoscenico con lei in molte occasioni, posso
dirvi che quello che spinge Hillary Clinton ad alzarsi ogni mattina - anche
quando ci sono poche speranze - è esattamente quello che spinse lei e
Bill Clinton a partecipare alla loro prima campagna elettorale, tantissimi
anni fa; è quello che la spinse a lavorare per il Children's Defense Fund
e a condurre la sua battaglia per la riforma sanitaria quando era first
lady; è quello che l'ha portata al Senato degli Stati Uniti e ha dato forza
alla sua campagna presidenziale, capace di rompere gli schemi: un desiderio
incrollabile di migliorare la vita dei comuni cittadini di questo Paese,
per quanto difficile possa essere quest'impresa. Ed è indubbio che
quando finalmente avremo vinto la battaglia per un'assistenza sanitaria
per tutti in questo Paese, il suo
ruolo in quella vittoria sarà stato fondamentale. Quando trasformeremo
la nostra politica energetica e sottrarremo i nostri figli alla morsa della
povertà, ci riusciremo perché lei ha lavorato perché questo accadesse.
Il nostro partito e il nostro Paese sono migliori grazie a lei, e io sono
un candidato migliore
per aver avuto l'onore di competere con Hillary Rodham Clinton.
C'è chi dice che queste primarie ci hanno lasciati un po' più deboli e un
po' più divisi. Ebbene, io dico che grazie a queste primarie ci sono
milioni di americani che per la prima volta in assoluto hanno espresso
un voto. Ci sono elettori indipendenti ed elettori repubblicani che
comprendono che in queste elezioni non si decide solamente quale partito
governerà a Washington, ma si decide sulla necessità di cambiare a
Washington. Ci sono giovani, afroamericani, ispanici e donne di tutte
le età che sono andati a votare in massa, con numeri che hanno battuto
tutti i record e hanno dato l'esempio a una nazione intera.
Tutti voi avete scelto di sostenere un candidato in cui credete
profondamente. Ma in fin dei conti, non siamo noi la ragione per la
quale siete usciti di casa e avete aspettato, con file che si stendevano
per isolati interi, per votare e far sentire la vostra voce. Non lo avete
fatto per me, o per la senatrice Clinton o per chiunque altro.
Lo avete fatto perché sapete nel profondo del vostro cuore che in
questo momento - un momento che sarà decisivo per una generazione
intera - non possiamo permetterci di continuare a fare quello che
abbiamo fatto. Abbiamo il dovere di dare ai nostri figli un futuro migliore.
Abbiamo il dovere di dare al nostro
Paese un futuro migliore. E per tutti coloro che questa notte sognano
questo futuro, io dico: cominciamo a lavorare insieme. Uniamoci in uno
sforzo comune per tracciare una nuova rotta per l'America.
Tra pochissimi mesi, il Partito repubblicano arriverà qui a St. Paul, per la
sua convention, con un programma diversissimo. Verranno qui per nominare
come candidato alla presidenza John McCain, un uomo che ha servito
questo Paese eroicamente. Io rendo onore a quello che ha fatto sotto le
armi, e rispetto i tanti risultati che ha ottenuto, anche se lui sceglie di
negare i miei. Non è sul piano personale che sono in disaccordo con lui:
sono in disaccordo con le misure che ha proposto in questa campagna.
Perché se da un lato John McCain può legittimamente rivendicare momenti
di indipendenza dal suo partito in passato, non è questa indipendenza il
tratto distintivo della sua campagna presidenziale.
Non è cambiamento se John McCain ha deciso di schierarsi dalla parte di
George Bush nel novantanove per cento dei casi, come ha fatto in Senato
lo scorso anno. Non è cambiamento quando ci offre altri quattro anni delle
politiche economiche di Bush, che non sono riuscite a creare posti di
lavoro ben pagati, o ad assicurare i nostri lavoratori, o ad aiutare gli
americani
a sostenere i costi sempre più alti dell'università; politiche che hanno
fatto
calare il reddito reale delle famiglie medie americane, che hanno allargato
il divario tra il grande capitale e le piccole e medie imprese e hanno
lasciato ai nostri figli un debito colossale.
E non è cambiamento quando promette di proseguire, in Iraq, sulla strada
di una politica che chiede tutto ai valorosi soldati, uomini e donne, che
servono nelle nostre forze armate, e non chiede nulla ai politici iracheni,
una politica in cui tutto quello che cerchiamo di ottenere sono ragioni per
rimanere in Iraq, mentre spendiamo miliardi di dollari al mese in una guerra
che non serve nel modo più assoluto a rendere il popolo americano più
sicuro.
Vi dirò una cosa: ci sono molte parole per definire il tentativo di John
McCain
di spacciare la sua acquiescenza alle politiche di Bush come una scelta di
novità e imparzialità. «Cambiamento», però, non è tra queste.
Cambiamento è una politica estera che non comincia e finisce con una guerra
che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata e non avrebbe mai dovuto
essere scatenata. Non verrò qui a far finta che in Iraq siano rimaste molte
opzioni valide a disposizione, ma un'opzione improponibile è quella di
lasciare i nostri soldati in quel Paese per i prossimi cent'anni,
specialmente
in un momento in cui le nostre forze armate sono al limite delle loro
possibilità, la nostra nazione è isolata e quasi tutte le altre minacce che
gravano sull'America vengono ignorate.
Dovremo essere tanto accorti nell'uscire dall'Iraq quanto poco accorti siamo
stati nell'entrarvi, ma dobbiamo cominciare ad andarcene. È tempo che gli
iracheni si assumano la responsabilità del loro futuro. È tempo di
ricostruire le nostre forze armate e dare ai nostri veterani l'assistenza di
cui
hanno bisogno e le indennità che meritano, quando fanno ritorno a casa.
È tempo di tornare a concentrare i nostri sforzi sulla leadership di
al-Qaida e sull'Afghanistan, edi unire il mondo per combattere le minacce
comuni del XXI secolo: il terrorismo e le armi nucleari, i cambiamenti
climatici e la povertà, i genocidi e le malattie.Questo è il cambiamento.
Cambiamento è capire che per affrontare le minacce dei nostri giorni non
basta la nostra potenza di fuoco, ma serve anche la forza della nostra
diplomazia, una diplomazia decisa e diretta, in cui il presidente degli
Stati Uniti non abbia paura di far sapere a qualsiasi dittatorucolo qual è
la
posizione dell'America e per che cosa si batte l'America. Dobbiamo tornare
ad avere il coraggio e la convinzione per guidare il mondo libero. Questa è
l'eredità di Roosevelt, e di Truman, e di Kennedy. Questo è quello che vuole
il popolo americano. Questo è il cambiamento.
Cambiamento è costruire un'economia che non ricompensi soltanto i ricchi,
ma il lavoro e i lavoratori che l'hanno creata. È comprendere che le
difficoltà che devono affrontare le famiglie dei lavoratori non possono
essere
risolte spendendo miliardi di dollari in altri sgravi fiscali per le grandi
aziende
e per i ricchi super-manager, ma offrendo uno sgravio fiscale alla classe
media,
e investendo nelle nostre infrastrutture fatiscenti, e cambiando il modo di
usare l'energia, e migliorando le nostre scuole, e rinnovando il nostro
impegno
in favore della scienza e dell'innovazione. È comprendere che rigore di
bilancio e prosperità diffusa possono andare a braccetto, come accadde
quando era presidente Bill Clinton.
John McCain ha speso un mucchio di tempo a parlare di viaggi in Iraq, in
queste ultime settimane, ma forse se avesse speso un po' di tempo a
viaggiare nelle città grandi e piccole che sono state colpite più duramente
di tutte
da questa economia - nel Michigan, nell'Ohio e proprio qui in Minnesota -
comprenderebbe che tipo di cambiamento sta cercando la gente.
Forse se andasse nell'Iowa e incontrasse la studentessa che dopo un giorno
intero a seguire le lezioni lavora la notte e nonostante questo non riesce
comunque a pagare le cure mediche per una sorella ammalata, capirebbe
che lei non può permettersi altri quattro anni di un sistema sanitario che
va a vantaggio solo di chi è ricco e sano. Lei ha bisogno che noi
approviamo una riforma sanitaria che garantisca un'assicurazione a tutti
gli americani che la desiderano, e che faccia scendere il costo dei premi
assicurativi per tutte le famiglie che ne abbiano bisogno. Questo è il
cambiamento di cui abbiamo bisogno.
Forse se andasse in Pennsylvania e incontrasse l'uomo che ha perso il suo
lavoro ma non ha neanche i soldi per pagarsi la benzina per girare alla
ricerca di un altro lavoro, capirebbe che non possiamo permetterci altri
quattro anni di dipendenza dal petrolio dei dittatori. Quell'uomo ha bisogno
che noi approviamo una politica energetica che insieme alle case
automobilistiche migliori i parametri di efficienza energetica dei
carburanti,
e che faccia in modo che le grandi aziende paghino per l'inquinamento
che producono, e che faccia in modo che le compagnie petrolifere
investano i loro profitti da record in un futuro di energia pulita; una
politica
energetica che creerà milioni di nuovi posti di lavoro ben pagati e che
non potrà essere delegata ad altri Paesi. Questo è il cambiamento di cui
abbiamo bisogno.
E forse se avesse passato un po' di tempo nelle scuole della Carolina del
Sud o di St. Paul, o dove ha parlato questa sera, a New Orleans,
capirebbe che non possiamo permetterci di lesinare soldi per il programma
per l'infanzia No Child Left Behind; che è un dovere verso i nostri figli
investire nell'istruzione per la prima infanzia, reclutare un esercito di
nuovi
insegnanti e offrire loro una paga migliore e maggiore sostegno, decidere
finalmente che in questa economia globale l'occasione di avere un'istruzione
universitaria non dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi ricchi,
ma un diritto inalienabile di ogni americano. Questo è il cambiamento di cui
abbiamo bisogno in America. È per questo che io corro per la presidenza.
L'altra parte verrà qui a settembre e offrirà una serie di politiche e di
posizioni molto diverse, e questo è un dibattito che io aspetto con
impazienza.
È un dibattito che il popolo americano si merita. Ma quello che non si
merita
è un'altra elezione governata dalla paura, dalla diffamazione e dalla
divisione.
Quello che non sentirete da questa campagna o da questo partito è quel
genere di politica che usa la religione come un elemento di divisione e il
patriottismo come una clava, quella politica che vede i nostri avversari
non come concorrenti da sfidare ma come nemici da demonizzare.
Perché noi possiamo definirci Democratici e Repubblicani, ma siamo
prima di tutto americani. Siamo sempre prima di tutto americani.
Nonostante quello che ha detto stasera l'ottimo senatore dell'Arizona, io ho
visto molte volte, nei miei vent'anni di vita pubblica, persone di idee e
opinioni
differenti trovare un terreno d'incontro, e io stesso in molte occasioni ho
creato
questo terreno d'incontro. Ho camminato sottobraccio con leader di quartiere
nel South Side di Chicago, e ho visto stemperarsi le tensioni tra neri,
bianchi,
e ispanici mentre lottavano insieme per avere un buon lavoro e una buona
istruzione. Sono stato seduto a uno stesso tavolo con rappresentanti della
magistratura e delle forze dell'ordine e sostenitori dei diritti umani per
riformare
un sistema della giustizia penale che ha mandato tredici innocenti nel
braccio
della morte. E ho lavorato insieme ad amici dell'altro partito per garantire
un'assicurazione sanitaria a un maggior numero di bambini e uno sgravio
fiscale
a un maggior numero di famiglie di lavoratori; per frenare la proliferazione
delle armi nucleari e per fare in modo che il popolo americano sappia dove
vengono spesi i soldi delle sue tasse; e per ridurre l'influenza dei
lobbisti che
troppo spesso stabiliscono le priorità a Washington.
Nel nostro Paese, io ho scoperto che questa collaborazione non avviene
perché siamo d'accordo su ogni cosa, ma perché dietro a tutte le etichette e
false divisioni e categorie che ci definiscono, al di là di tutti i
battibecchi e le
schermaglie politiche a Washington, gli americani sono un popolo onesto,
generoso, compassionevole, unito da sfide e speranze comuni. E in certi
momenti, è a questa bontà di fondo che si fa appello per tornare a far
grande
questo Paese.
Così è stato per quel gruppo di patrioti riuniti in una sala a Filadelfia,
che
dichiararono la formazione di una più perfetta unione; e per tutti coloro
che
sui campi di battaglia di Gettysburg e di Antietam [luoghi di importanti
battaglie
della Guerra di secessione, ndt] si impegnarono fino allo spasimo per
salvare
quella stessa unione.
Così è stato per la più grande delle generazioni, che sconfisse la paura
stessa
e liberò un continente dalla tirannia facendo di questo Paese una terra di
opportunità e prosperità senza limiti.
Così è stato per i lavoratori che hanno tenuto duro nei picchetti; per le
donne
che hanno infranto il soffitto di cristallo; per i bambini che sfidarono il
ponte
di Selma [allusione a un famoso episodio delle lotte per i diritti civili
degli anni
'60, ndt] per la causa della libertà.
Così è stato per ogni generazione che ha affrontato le sfide più grandi,
contro
ogni speranza, per lasciare ai loro figli un mondo che è migliore, più buono
e
più giusto.
E così dev'essere per noi.
America, questo è il nostro momento. Questa è il nostro tempo. Il tempo
di voltare pagina rispetto alle politica del passato. Il tempo di apportare
una
nuova energia e nuove idee alle sfide che abbiamo di fronte. Il tempo di
offrire
una direzione nuova al Paese che amiamo.
Il viaggio sarà difficile. La strada sarà lunga. Io affronto questa sfida
con profonda
umiltà e consapevolezza dei miei limiti. Ma l'affronto con una fede
illimitata nella
capacità del popolo americano. Perché se siamo pronti a lavorare per questo
obbiettivo, e a lottare per questo obbiettivo, e a credere in questo
obbiettivo,
allora sono assolutamente certo che le generazioni future potranno guardarsi
indietro e dire ai nostri figli che questo fu il momento in cui cominciammo
a
offrire assistenza sanitaria per gli ammalati e un buon lavoro ai
disoccupati; questo
fu il momento in cui l'innalzamento dei mari cominciò a rallentare e il
nostro
pianeta cominciò a guarire; questo fu il momento in cui mettemmo fine a una
guerra e garantimmo la sicurezza della nostra nazione e ripristinammo
l'immagine
dell'America come ultima e migliore speranza per il pianeta. Questo fu il
momento
- questo fu il tempo - in cui ci unimmo per ricostruire questa grande
nazione in
modo tale da rispecchiare la nostra vera identità e i nostri più alti
ideali. Grazie,
che Dio vi benedica e che Dio benedica l'America.
(traduzione di Fabio Galimberti)
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