"Il Pci e lo stalinismo", un libro da distribuire nelle scuole
Scritto da eda
domenica 23 dicembre 2007
(Velino) - C'è in libreria un testo di rara importanza per la storia della
sinistra italiana. Ma nessun giornale, tranne Libero, ne ha sinora parlato
in modo visibile e comprensibile e si fa fatica a trovarlo nei moderni,
antichi e famosi bookshop delle città italiane.
È come se i librai avessero strane reticenze nell'ordinarlo e venderlo.
Certo, è un libro per storici, per iniziati e appassionati, ma il titolo
dovrebbe far riflettere anche il più smarrito lettore di storia
contemporanea e di politica: "Il Pci e lo stalinismo" edito dagli Editori
Riuniti, con un cd allegato che riporta gli interventi del Comitato centrale
comunista del 10 e 11 novembre del 1961.
La pubblicazione è stata curata con scrupolosa attenzione da Maria Luisa
Righi. Si obietterà che un dibattito del 1961 ha poca importanza. Eppure
quello non fu un dibattito qualunque e sembrava irreperibile. In effetti è
il dibattito che si tenne al ritorno da Mosca della delegazione italiana che
partecipò al ventiduesimo congresso del Partito comunista dell'Unione
Sovietica, il momento più importante della destalinizzazione operata da
Nikita Kruscev.
Quella discussione tumultuosa fu di tale importanza che Palmiro Togliatti
proibì la pubblicazione della sua replica finale sull'Unità. Rimase solo una
traccia di quell'intervento del Migliore, con degli appunti ritrovati tra le
sue carte. E altri due interventi, quello di Paolo Robotti e di Giorgio
Amendola, non furono pubblicati nel resoconto dell'organo comunista, ma solo
successivamente, e in sedi diverse.
E la ragione è molto evidente: ci fu uno scontro durissimo all'interno del
Pci. Di fronte alle nuove accuse lanciate da Kruscev a Stalin e allo
stalinismo, Togliatti andò in evidente difficoltà agli occhi del suo stesso
gruppo dirigente, da Giorgio Amendola a Mario Alicata fino a Giancarlo
Pajetta.
Infatti, appena tornato, il Migliore non riunì alcun organo intermedio
(segreteria o direzione) e andò allo scontro in Comitato centrale.
Togliatti parlò quasi per due ore nella relazione introduttiva. Si mise
sulla difensiva, ma non risparmiò critiche a Kruscev: "Ci si chiede se fosse
davvero necessario riaprire il capitolo delle denunce e concentrare il fuoco
contro un gruppo di vecchi collaboratori di Stalin, estromessi dal Comitato
centrale nel 1957.
Alla domanda non è facile dare una risposta esauriente". Poi proseguì:
"Quanto alle nuove denunce, esse non aggiungono molto a ciò che si poté
leggere nel famoso 'rapporto segreto'. Può darsi che per noi queste
ulteriori denunce non fossero più necessarie, può anche darsi che creino qua
e là emozione e perplessità".
Quindi stabilì i meriti innegabili di Stalin e contestò la decisione di
cambiare nome a Stalingrado.
La relazione di Togliatti venne contestata innanzitutto dal cognato Paolo
Robotti che raccontò del suo arresto a Mosca e delle torture che aveva
dovuto subire e alzando la voce si rivolse a Togliatti: " Noi sapevamo,
sapevamo tutto quello che stava avvenendo...non potevamo non saperlo."
Quindi parlò Amendola il quale con una sorta di controrelazione scritta
contestò minuziosamente tutti i passaggi anti-krusceviani di Togliatti e
sollecitò una riscrittura di "tutta la storia che va dalla morte di Lenin
alla morte di Stalin, trent'anni".
Amendola concluse duramente: "Bisogna sbarazzarsi di questa finzione dell'unanimità
che ostacola lo sviluppo della democrazia, la circolazione delle idee, la
vivacità del dibattito.
Abbiamo discusso all'ultimo Comitato centrale sul problema della politica di
centrosinistra, ci siamo divisi, potevamo arrivare anche a una votazione,
non c'era niente di male". Togliatti apparve furibondo. Giorgio Napolitano
ricorderà: "Vidi per la prima volta Togliatti ferito, non sicuro di sé, che
stentava a padroneggiare la situazione e si abbandonava a una polemica più
meschina che convincente". Fu a quel punto che il Migliore decise di
convocare una direzione minacciosa: "Questo è un Comitato centrale di
agitati. Vi siete comportati come dei provinciali. Volete un congresso
straordinario ? Volete dare vita a una tendenza antisovietica? Allora io vi
dico che io do vita a una tendenza filosovietica e la capeggerò
personalmente".
È così che si arrivò alla famosa replica finale sconosciuta che venne fatta
in Comitato centrale, dove i toni di Togliatti furono ultimativi: "Attenti,
attenti a non dimenticare mai i principi e guardare alla sostanza delle
cose".
Poi il Migliore evocò "l'attacco che viene dalle forze imperialiste, che
viene dalla socialdemocrazia, che viene dal revisionismo del partito
socialista, del Psi, che vuole rompere l'unità del nostro partito e l'unità
del movimento comunista internazionale".
Era una difesa dello stalinismo e un attacco forsennato alla
socialdemocrazia, all'imperialismo e alla borghesia. I
In quell'occasione recuperò persino il vecchio Pietro Secchia, mandato
praticamente in "pensione anticipata" negli anni Cinquanta.
Ad Amendola, Togliatti riservò un passaggio durissimo: "Io vorrei che il
compagno Amendola... anzi, sarà bene che noi lo mandiamo a una delle
prossime riunioni internazionali, in modo che lui possa avere un contatto
diretto con gli esponenti del movimento comunista di altre parti del mondo".
Fra voci di dissenso quel Comitato centrale terminò con Enrico Berlinguer
che dichiarò: "Allora la riunione è chiusa".
Un libro da distribuire in scuole, università e in Parlamento. Ma non sarà
possibile. Perché attesta la continuità tra Togliatti e lo stalinismo, tra
il Pci e la politica filosovietica durante gli anni della "prima"
Repubblica.
(eda)
|